Il mio post di fine anno per A Nordest di Che..., che col fine anno non ha minimamente a che fare.
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28 dicembre 2013
31 gennaio 2013
Portaburro reloaded
L’impressione è quella di perdere i lacci.
Guardi il tuo paese da lontano e non riesci più a capire tanto bene come funziona. O quantomeno non ci riesci bene come prima. Sarà che è un universo complesso, fatto al contempo di Monti e di Corona; di peccatori vaticani e santoni da bar; di barconi e di crociere; ritrattazioni e accuse; di sì e di no sugli stessi argomenti, a volte con alle spalle le medesime argomentazioni. Un microcosmo che richiede dedizione, che non si fa interpretare dal primo che passa, che bisogna saper leggere tra le righe delle note a bordo pagina, nelle scritte sui muri dei cessi pubblici, a volte sugli striscioni in curva degli ultrà. Non basta mica sfogliare ogni tanto qualche blog e dare saltuariamente una sbirciata a Repubblica.it.
La testa dell’Italia concede sì la comprensione, ma pretende l’anima in cambio.
O forse mi sbaglio? Non ricordo più bene.
continua su Anordestdiche...
26 gennaio 2013
Urti, deviazioni
I look for the unguarded moment, the essential soul peeking out.
Steve McCurry
Ci si sbatte addosso l'un l'altro, in continuazione, ma spesso non lo si nota nemmeno.
Funziona come con le fotografie: ogni istante in ogni luogo è immagine potenziale, ma per afferrare in uno scatto il manifestarsi della vita ci vuole allenamento, fortuna e istinto.
È che ci sono momenti che valgono di più di altri, almeno nella forma, o nel contenuto, o nel senso generato da un qualche strano incrocio tra i due. Non si tratta solo di imprimere su pellicola una somma di luci ma di afferrare in un istante quella che è la chiave di un processo in divenire, passato e futuro annessi. Una buona foto è sempre più grande della sua cornice.
E fin qui si parlava di fotografia. Ma come pellicole funzionano le persone e le tensioni che tra esse si creano: incontri casuali, se realizzati nel modo, momento e luogo opportuni sono in grado di imprimersi a fondo e di aprire nuove porte; svelare altri percorsi; cambiare più o meno in grande il corso di vite intere.
O di risemantizzarne intere frazioni.
E' più scienza che destino.
Ogni volto incrociato è un nuovo esistere in potenza, il seme di una deviazione, l'ombra d'una nicchia in cui riposare. La differenza, carpe diem, la fa l'abilità nel saper cogliere l'indizio, nel seguirne la traccia. E poi veder cosa succede. E' anche un po' una scommessa, un pescare alla cieca senza sapere bene l'eredità che ogni volto porta con sé.
Ci si sbatte addosso in continuazione, si inciampa nella vita di altra gente e spesso non lo si nota nemmeno. L'esistenza in viaggio per questo è scuola: altrove da casa son meno rigide le sbarre tra cui ci si muove, l'occhio più vigile, tese le antenne e acuito l'olfatto con cui si scandaglia il resto dell'umanità. Ma è uno stato di grazia difficile da conservare, quel sesto senso migratore: una volta tornati il conosciuto riprende il sopravvento, si fa guscio che annebbia lo sguardo, vecchie gabbie interpretative ripiombano rigide in testa. Sulle vie note i passi si susseguono troppo sicuri per far veramente attenzione a dove il piede va a poggiare.
E così intere fette di futuro se ne passano davanti agli occhi incuranti, messaggi in bottiglia alla deriva ignorati e perduti magari per sempre. Un'opzione che scompare. Una via laterale che svanisce alle spalle, non si saprà mai per portare dove.
E' uno stato di coscienza difficile da conservare, ma forse l'unica cosa che davvero resta presente, utile e viva, mentre fotografie ingialliscono su mensole impolverate o si smagnetizzano lente, dentro cartelle di vecchi hard disk.
I viaggi, più che processione di luoghi sperduti, sono vite sconosciute attraverso le quali passare.
Non andrebbe scordato mai.
18 giugno 2011
Partire
C'è un pianeta lì davanti. E io sarei uno stupido, un perfetto stupido a non andare là a scoprire tutto ciò che mi aspetta nei luoghi in cui mi è capitato di non nascere. La mia fortuna consiste nel non avere perso per strada quella manciata di persone che del viaggio hanno fatto la loro vita. La mia fortuna consiste nel non aver mai smesso di ammirarle. E ora è sempre più vicino quel passo - quel ciao - da cui non sai dire se mai tornerai indietro. Non vedo l'ora. Lo scrivo per me.
26 ottobre 2010
Confuso resoconto di viaggio
...che dopo un viaggio ti aspetti di tornare e scrivere in scioltezza uno di quei post davvero riflessivi, evocativi, belli. Che chi lo legge ci si trova proiettato dentro ai luoghi in cui sei stato, ne coglie atmosfera, odori, sensazioni sottili.
E invece poi non è così che va. Forse sei tu che manchi un po' di spirito. O magari funziona solo in modo diverso.
Un viaggio, per breve che sia, non è un album fotografico ma un intreccio, un gorgo dove tutto si rimescola, si fonde senza confini netti, passa privo di controllo da uno stato all'altro.
E ti piace quando ti sa stupire.
Poi se non altro l'altrove è un buon punto d'osservazione - abbastanza elevato e distante - per poter contemplare sé stessi.
Imparato qualcosa? Probabilmente. Magari a pronunciare qualche parola in una lingua tutt'ora sconosciuta, a guardare oltre la mera superficie delle montagne, ad apprezzare una certa risata col naso arricciato. Magari a chiedere due volte la destinazione di un autobus, prima di salirci spensieratamente a bordo.
Altro? Chissà. Come se ogni insegnamento potesse sempre essere chiaro, netto, catalogabile e descrivibile con lucide parole.
Che squallore sarebbe allora.
No, un viaggio non è un album fotografico ma un fluire e rifluire verso nuovi stati, come onde sulla battigia. Una risacca in cui si spera di essere riusciti, tornando indietro, a coglire qualche granello di sabbia da poter conservare un po' più a lungo con sé.
E invece poi non è così che va. Forse sei tu che manchi un po' di spirito. O magari funziona solo in modo diverso.
Un viaggio, per breve che sia, non è un album fotografico ma un intreccio, un gorgo dove tutto si rimescola, si fonde senza confini netti, passa privo di controllo da uno stato all'altro.
E ti piace quando ti sa stupire.
Poi se non altro l'altrove è un buon punto d'osservazione - abbastanza elevato e distante - per poter contemplare sé stessi.
Imparato qualcosa? Probabilmente. Magari a pronunciare qualche parola in una lingua tutt'ora sconosciuta, a guardare oltre la mera superficie delle montagne, ad apprezzare una certa risata col naso arricciato. Magari a chiedere due volte la destinazione di un autobus, prima di salirci spensieratamente a bordo.
Altro? Chissà. Come se ogni insegnamento potesse sempre essere chiaro, netto, catalogabile e descrivibile con lucide parole.
Che squallore sarebbe allora.
No, un viaggio non è un album fotografico ma un fluire e rifluire verso nuovi stati, come onde sulla battigia. Una risacca in cui si spera di essere riusciti, tornando indietro, a coglire qualche granello di sabbia da poter conservare un po' più a lungo con sé.
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