19 ottobre 2012

Downunder Report

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Cose già scritte riscritte magari meglio,

cose non scritte e che appunto ancora non ho scritto,

cose già scritte riscritte pari pari.

E' appena nato, si chiama Downunder Report e sta dentro un posto che si chiama AND - A nordest di che.

L'ultima aggiunta alla mia collezione di velleità.

11 settembre 2012

Libera Baku ora [recensione]

More about Libera Baku ora

[nda: pubblico questo post anche per promuovere Anobii, scoperto da poco, che per chiunque ami leggere si rivelerà strumento assai prezioso. Ci si arriva pure cliccando la copertina qui sopra. Enjoy.]

Ucronia fantapolitica, psicoattiva e orientaleggiante, Libera Baku ora (d'ora in poi "LBO"), romanzo di Riccardo Pedrini, ex-Luther Blisset e attualmente Wu Ming 5, si inserisce appieno nel filone letterario cyberpunk.
Le vicende del romanzo si svolgono in doppia traccia nel 2020 tra Baku, città caucasica avvelenata e corrotta, e una Bologna ipertrofica, capitale di un'Italia guidata da una ossimorica dittatura libertaria fondata sulla visione politico/etica detta Retta Coscienza, dove il feng shui è scienza esatta e il punk pilastro culturale riconosciuto; in cui tutti sono liberi di fare quasi tutto, a parte negare l'apparato. Pena l'esecuzione simbolica e il reset definitivo.
Un mondo dove chimica e spirito si supportano e amplificano a vicenda e un Ku Klux Klan rivisitato in chiave imperialista è alla guida degli USA, sempre identici a se stessi.

Guerrieri neurali, fegati psichici, commesse di supermercato, un Presidente icona e una anchorwoman che ricorda Bianca Berlinguer in versione hardcore si muovono tra le pagine del romanzo, incrociandosi, evolvendo, contaminandosi.

Note dolenti: la struttura narrativa del romanzo si presenta come gioco di giustapposizioni e incastri, non sempre riuscito nel suo preteso effetto di rottura, dando piuttosto alle volte l'impressione di ingranaggi stridenti. Ciò anche a causa del mancato sviluppo di alcuni passaggi narrativi, che avrebbero magari meritato maggiore espansione e formano invece un intreccio tirato avanti, di tanto in tanto, a colpi di badile. La prosa manca di un colpo di lima, con periodi che spesso rinunciano a quel tocco d'incisività in più.

Nel complesso LBO è comunque un libro piacevolmente politico e scarsamente mainstream, le cui pagine scorrono bene tra le dita. Scritto nel '98, dà inoltre mostra di un'ammirevole lungimiranza nella visione dello sviluppo politico nazionale futuro. Un libro in grado di placare la sete di fughe meta-narrative, contaminazioni inaspettate e similitudini spinte. Tante quanti i granelli di sabbia del Gange.

Il romanzo è inoltre scaricabile, con licenza copyleft, dal sito di Wu Ming.

28 agosto 2012

Il volto del nemico


Finger food, sottofondo jazz e vassoi di champagne che fanno la spola tra giacche scure e tight, prede favorite di cravatte e papillon. I Tanks di Cairns sono l'equivalente queenslander dei magazzini del sale cervesi, solo più grandi. E postindustriali.
Il sipario nero si apre sulla band che attacca una rumba svelta, piatti su tovaglie scure, riflettori sparsi e centritavola le cui candele pendenti fanno del loro meglio per dare un'impressione upper-class. Prima che le posate inizino a lavorare feroci il Comandante in Capo sale sul podio, all'angolo del palco. Un discorso breve e sentito che parla di coraggio, risolutezza, forza.
Successo.
Dividendi, investimenti, azioni, guadagni.

È un piccolo ritrovo del Capitale quello che qui si offre alla vista. Festicciola autocelebrativa di una delle tante inconsce filiali del Sistema sparse per il mondo. Operatori finanziari che fanno a gara a chi fa più ore dietro la scrivania, che collezionano magre targhe utili a darsi un tono e coprirsi le spalle, che confrontano numero e corposità di transazioni, giocando al braccio di ferro dell'economia.

Hanno facce normali, tratti non particolarmente distintivi: pappagorge e vene varicose, guance scavate e gambe di merlo. A cambiargli i vestiti potrebbero essere chiunque, professori, contadini, salumieri, operai.
In realtà sono quelli che stringono i lacci emostatici delle nazioni. Sono quelli in grado di far crollare le economie.
Vedere il Nemico in faccia è sempre un po' deludente. Si mostra sempre un po' più piccolo, ottuso, un po' più umano di come te lo figuravi.

Il volto dei cattivi, nella vita reale, è di un'inaccettabile banalità.

15 agosto 2012

I neozelandesi

I neozelandesi hanno qualcosa. Qualcosa di strano, la cui incidenza sovrasta largamente ogni media statistica. Ognuno con un tocco, un segno variamente marcato che gli dona un'eccentricita' tutta particolare. E' una percezione che hai quando ci parli: appaiono come te, si esprimono come te, condividono con te buona parte del patrimonio genetico (molto piu' di quanto sarebbe opportuno aspettarsi a queste latitudini se non fosse per i passatempi coloniali dei nostri vecchi), ma.
Non e' tanto che manchi una rotella, quanto l'impressione che la' dentro ci sia qualche ingranaggio un po' sdentato, meccanismi differenti in movimento. Dev'essere qualcosa che ha a che fare con lo stare a cavalcioni sull'orlo del mondo, su uno degli ultimi avamposti del traballante Impero, affacciati su un Pacifico che non e' altro che un blu punteggiato di arcipelaghi distanti; manciata di uomini sull'ultima roccia, ai confini della mappa, che ancora ha senso chiamare stato. Ultimi coloni immersi in un ambiente dall'odore ancora primordiale, linea di trincea dove la Storia non ha mai concesso numeri sufficienti all'uomo per dominare.
Poi ti accorgi che a essere sbagliati sono i parametri.
E' una considerazione che emerge lenta. Verita' forse banale, ma mai constatata sulla pelle sinora: non e' solo il passato, la cultura, la societa'. E' anche, in primis, la terra su cui poggiano i piedi a dar forma a chi sei.

28 luglio 2012

On the boat


Il sole è ancora sotto l'orizzonte quando varco i cancelli di Clippers. Il grosso 4x4 Toyota dorme nell'oscurità, solo qualche brace di sigaretta guizza nel buio, a tradir presenza umana.
Sono in sei, già tutti lì.
Capannello di facce sconosciute, sei diverse nazionalità, io vado a completare il quadro. Sono saluti assonnati quelli che ci si scambia, strette di mano di poco conto accompagnate da nomi che escono come entrano, scarso è l'interesse a tenerli impressi, tutti sono con la mente già proiettata altrove.

Poche parole muovono l'aria che lungo il tragitto divide i due sedili posteriori del fuoristrada, disposti l'uno di faccia all'altro lungo l'abitacolo. Nel frattempo la strada asfaltata diventa sterrato, poi pista nel bush, riducendosi infine a due semplici tracce di pneumatici tra sabbia e rocce.
La barca ci attende a una decina di metri dalla riva, danzando appena tra le correnti lievi. Per raggiungerla si cammina fin dove l'acqua sfiora la vita, ci si issa uno alla volta, gli sguardi ancora più curiosi. Col motore a piena potenza più che navigare sembra di saltare da un'onda all'altra. Poco lontano un delfino ci marca stretto per un po'.
Saranno passati venti minuti quando avvistiamo per la prima volta la nave. E' più piccola di come l'immaginavo, penso che non deve essere il massimo della vita per i 36 che ci vivono dentro. Sarà anche per questo che sto lavoro non paga poco. A prenderci in carico è Rafi, timorese dal capello arruffato e un aspetto più da busker che marinaio. Volto a cui è difficile dare un'età, decido arbitrariamente che avrà giusto qualche anno più di noi.

Il lavoro è semplice, più di muscoli che altro. Schema da catena di montaggio, l'industria delle perle vista da dentro ha un aspetto molto meno romantico di quanto si possa immaginare. Passare ore a scrostar conchiglie a colpi di mannaia o a divellere molluschi armato di coltello non è tanto diverso dalle occupazioni tipiche di qualunque altra fabbrica. E' l'oceano indiano intorno a far la differenza, assieme allo sfiatar di balene che di tanto in tanto smuove l'orizzonte. Perché è tempo di migrazione e i cetacei affollano queste acque, muovendosi placidi verso nord.
All'ora di pranzo arrivano gli squali. Girano lenti attorno all'imbarcazione, in attesa dei resti del pasto che il cuoco di bordo scarica in acqua. E' meglio che le bestie stiano a pancia piena, per felicità loro e dei sommozzatori che nei dintorni curano le colture sommerse.

Braccia e mani dolgono quando nel pomeriggio si ripresenta la stessa barca del mattino. E' ora di tornare. Sulla via verso la terraferma tutti sono più attivi, sarà l'ora, sarà l'eccitazione della novità, comunque si scambiano più commenti, l'atmosfera è più rilassata, volano un paio di battute, anche chi non le capisce ride.
A un certo punto incrociamo la traiettoria di una coppia di balene che nuotano particolarmente vicine alla riva. Motore al minimo ci avviciniamo, in silezio le osserviamo passare. L'ultima fa un cenno di saluto sollevando uno spruzzo con la coda.

Questa la cronaca del primo giorno, il momento in cui tutto è novità. Poi col tempo anche le cose più sorprendenti si fossilizzano, lo sguardo prende le misure, lo stupore cede il posto alla routine. O almeno credo. Perché il secondo giorno passa tranquillo. Al terzo non sento la sveglia. Ci doveva essere una clausola riguardante ciò da qualche parte del contratto.

Vado nel Queensland, và.

4 luglio 2012

Aggiornamenti latenti.


Da scriverci una pagina al giorno, questa è stata la mia vita ultimamente. E di pagine ne sono passate, ma nessuna tenace abbastanza da scorrer giù dai polsi, arrivare a penna o tasti, fissarsi su carta o processore chessia. Pagine arrendevoli, lassiste abbastanza da non reclamar nessun supporto, rassegnate a rimanere aria di giorni passati, cose fatte, nomi e facce dimenticati on the road.
Quando lasciai Perth avevo un’intenzione chiara, definita: diario di viaggio. La dannata pagina la giorno, che meritasse o no. Esercizio di stile, manciata di minuti di stretching mentale quotidiano per coniugare kilometri e inchiostro in modo diverso da quanto fatto sinora. Ho scritto il primo giorno. E l’ultimo. Assieme. Poi mi sono ripromesso di colmare il gap. Poi penso che non lo farò.

Il tragitto Perth-Broome è stato una storia di 14 giorni e 4000 km; di highways e piste sterrate; terra rossa e gumtree; notti all’addiaccio e roadhouse profilatesi all’orizzonte, cariche di sollievo e attesa come oasi nel deserto. Storia di mostri su ruote, canguri vivi o meno, acquazzoni, nomadi grigi e ore di guida su un paesaggio drammaticamente sempre uguale. In quattro in una Falcon, atmosfere da beat generation mancate, memoria fallace che – ci scommetto - avvolgerà tutto in un’aura mitica che avrà probabilmente poco o nulla a che fare con ciò che è stato in realtà.

Eventi che, mi sa, non ha più senso tentar di raggranellare in ritardo: storia dai pochi fatti e molti dettagli, spesso persi in un attimo, nascosti bene quantomeno, che si faranno magari vivi di nuovo un giorno, inanellando ricordi, in qualche altro posto lontano da qui.

30 maggio 2012

Automotive

La ricerca è infine conclusa.
Ho una macchina.
Comprata da un 22enne tamarro dello Zambia studente di legge e scienze comportamentali. Un freak, sotto un certo punto di vista. Rivelatosi comunque il più affidabile tra i venditori fronteggiati finora.
(me l'ha confermato il mio meccanico di fiducia)
(ho un meccanico di fiducia)

E' stata un'immersione spasmodica in un mercato dell'auto - in una nicchia del mercato dell'auto - che un fastidioso rigurgito di realismo mi impedisce di definire vintage. Un mercato composto da mezzi usciti di fabbrica più o meno quando io credevo ancora a Babbo Natale, che portano i segni di alcune centinaia di migliaia di kilometri (il continente è di fatto grandino, le distanze incolmabili attraenti), che hanno visto pile di proprietari alte fino al cielo e pezzi di ricambio come piovesse. Veicoli dotati di un optional che ho scoperto molto comune nel settore automobilistico australiano: le vite infinite.
Mezzi che, fieramente, resistono.
Avete presente le macchine dei senegalesi?

Ecco.

Qua siamo noi i senegalesi medi. Davvero: siamo disposti a fare i lavori che i locali non vogliono fare, al solo fine di garantirci una ritaglio di visto in più; ci rifocilliamo a sorgenti di seconda, terza, ennesima mano, in ogni campo dello scibile, mettendo toppe alla filosofia consumista del nuovo o niente; viviamo, chi più chi meno, d'espedienti che forse solo ai tempi dell'università.
I tempi dell'università in un paese in tempo di carestia.

La differenza sta probabilmente nel fatto che noi ci si diverte, a vivere così.

E' insomma un ambiente particolare, questo con cui mi sono dovuto relazionare nell'ultimo periodo. Un mondo di squali, vagamente surreale, in cui è possibile imbattersi in annunci che recitano cose tipo:
"5 manth rego the engin ordy baran new ordy servic with mcanik good tayer not any oil lic good car CD player sony"
Tutto scritto col massimo candore, ne sono certo.

Comunque, dopo settimane spese nel tentativo di crearmi una improbabile competenza di facciata nel comparto automobilistico, ho infine trovato le quattro ruote che fanno per me. Ed è arrivato il tempo di cavarsi un po' di voglia d'asfalto.

Dopo i primi 300 metri di guida solitaria ho acceso l'autoradio. Springsteen, da dietro gli altoparlanti, mi ha dato il benvenuto.

Poi mi sono perso.


19 maggio 2012

A celebration of reason

Ora, non per far l'apologia dell'"all'estero si sta meglio" ma, ecco, se sintonizzando la tv su uno dei principali canali di news nazionali a mezzogiorno di un sabato mi imbatto in un programma chiamato Big Ideas, che trasmette estratti di interventi dalla Global Atheist Convention di Melbourne (sottotitolo: a celebration of reason), dove eminenti personalità arrivano impunemente a deridere l'idea di poter essere tanto ingenui da confidare nell'esistenza di Dio, penso proprio che, almeno per certe cose, all'estero si stia meglio davvero.

Me lo sono guardato tutto. E' stata una festa per l'anima.

Tra gli altri, c'era pure questo signore qui (highlight):



L'intervento integrale qui:




P.S.: poi, volendo, altri speeches di Dennet, a sto giro sottotitolati, li si trova anche su TED, per la precisione QUI.

10 maggio 2012

Up north

Whale shark

A sto giro l'inverno ha messo il naso fuori davvero. Piove in continuazione su Perth, e inizio a temere che le due Fruit of the Loom che costituiscono la sezione invernale del mio bagaglio non siano sufficienti ad affrontare il passaggio di stagione. Magari sovrapposte. Fortunatamente c'è Salvo's, che dal link in effetti non si capisce, ma la Salvation Army gestisce anche una pregevole catena di second-hand shops. Il che ha leggermente stemperato la nostra inimicizia. O almeno le ho perdonato i fantocci di Natale a Melbourne. Comunque non piove quasi mai nella pedalata casa-lavoro-casa. Il programma è di continuare a mantenere il clima dalla mia parte per un altro mese.
Poi è fatta.
Missione più che compiuta, d'altronde (in bozza ci avevo messo due apostrofi): sono arrivato a Fremantle con un solo obbiettivo inguainato tra le intercapedini dei neuroni: SOLDI. Il denaro scarseggiava abbastanza, a quei tempi. Diciamo che ero più vicino alla categoria homeless, che backpacker. Fortuna che c'è stato Simon. Ora me ne vado con soldi, amici e contatti in almeno un paio di continenti. Bilancio decisamente positivo. Poi c'è l'esperienza al Maya, che fa scuola a sé. Lì ho imparato che lavorare nell'hospitality può anche essere gradevole e rilassante. Fantascienza, in Riviera: certezze crollate, rivoluzioni spirituali, etc. D'ora in poi nuovi occhi per i ristoranti etnici.

In ogni caso, ultimo giorno lavorativo fissato al 3 giugno. Che un po' dispiace. Preparativi per il viaggio: in corso. Per modo di dire. Che a parte chiudere lo zaino e partire non è che ci sia da preparare gran che. Quel centro nevralgico della comunità backpacker australiana che è Gumtree si sta rivelando prezioso nel trovare compagni di viaggio. Unica cosa che conta.

Anche la rotta sta lentamente prendendo forma. O quantomeno un'idea di rotta: ho abbandonato da tempo la fede nel dettaglio. Tanto poi lo so che i piani mi saltano sempre. Tanto vale ridurre lo sforzo al minimo. Però c'è il fatto che in questo periodo gli squali balena fanno tappa a Nigaloo Reef - unico appuntamento fisso sul pianeta - per la riproduzione del corallo (una cosa schifosa, a guardarla dal punto di vista strettamente biologico) e quelli non li voglio perdere. Ho un po' questa necessità di trovarmi davanti a qualcosa di bestialmente imponente. La consapevolezza che poi quel qualcosa non mi considererà cibo potenziale mi sprona ulteriormente. Io, che non so nuotare (sguazzo) e - in generale - non mi fido gran che dell'ecosistema marino, sto mettendo in conto immersioni con ossigeno alla ricerca di pesci di 15 metri. Già.
A pensarci bene forse la cosa che dicevo dieci righe fa riguardo al pianificare potrebbe trovare nuova conferma.

Comunque l'idea grezza è chiara: risalire, up north, incrociare il Tropico del Capricorno a mezza via, deviare, zigzagare, seguire ispirazioni del momento, vedere dove porta la strada e infine, in qualche punto indefinito del calendario, avvistare Broome.

2 maggio 2012

Lei

Guen mi fa morire.
Guen che ogni giorno è già storia di ieri. Guen che mi è piaciuta al primo istante, che poi mi è parsa eccessiva, boriosa, che è finita nel mio letto senza che me lo aspettassi e poi ne è uscita con un addio.
Un addio tardivo, testimone una bottiglia di buon shiraz.
Guen che poi è ricapitata qui per un ciao, ma non l'ho persa per tutta una notte; che era a sud e poi di nuovo qui. Guen che è un mese, forse, ma pare una vita in quest'esistenza senza patria, dove tutto è concentrato sull'istante: cogli l'attimo, che tutto vola via. Guen, con cui ogni volta il bacio è uno sfiorare la guancia, au revoir, tacito accordo, che importa di domani, vedremo poi. Una storia parlata in una lingua approssimativa, castello in aria eretto su nuvole smilze di parole che nessuno dei due, potendo scegliere, userebbe mai. Relazione inevitabilmente precaria costruita su fondamenta di stranieri sguardi d'intesa. Guen, che amore non sarai mai, solo il mutuo accordo dello star qui, ora, che presto, o ancor prima, tutto sarà andato ormai. Saran ricordi, forse ancor meno; un concentrato di esistenza tra due passati incrociatisi per caso lì. Momento andato così, senza ieri a cui guardare e un futuro che, ci si scommette, non ci sarà mai. Che si viva adesso è l'accordo, domani chissà che faremo. E dove, poi. Chissà se in un diverso istante quell'alchimia si sarebbe creata mai.
Ma che importa, in fondo. Domani è già un giorno troppo in là.